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ATTUALITA'
Viaggio nei testi indù
Non c'è Karma senza Dharma
(segue) Propriamente la parola sanscrita Dharma, deriva dalla radice verbale dhri, reggere, e designa, essenzialmente la maniera di essere di una qualsiasi creatura contingente, ovvero vuole rispecchiarne la natura specifica, le attitudini, il comportamento, in una parola l'essenza. Il Dharma di un essere, indica ciò che non può essere cambiato nella natura individuale dello stesso, pena la disintegrazione della sua identità. Per il Dharma ciò che un essere è potenzialmente alla nascita, lo sarà, ineluttabilmente, per tutta l'esistenza individuale. Ecco perché il termine Dharma, può anche essere tradotto con "legge". In questo caso si tratta della legge che regolerà il modo di comportarsi dell'individuo. Correlativamente, il termine Karma significa azione, ovvero l'operato attraverso cui tale predisposizione, il Dharma, si manifesterà estrinsecamente, durante l'arco della singola esistenza. In altre parole, il Karma è l'esteriorizzazione del nucleo essenziale della condizione esistenziale, il Dharma. Tutto ciò che non è conforme a questa duplice corrispondenza di un medesimo principio, si designa con Adharma: ovvero, lo squilibrio, la rottura dell'armonia, il caos. Per gli indù essendo l'esistenza individuale regolata dal Samsara, ovvero il corso dell'indefinita successione di vita-morte-rinascita, la casta di appartenenza, chiamata di solito Jati o Varna, riflette perfettamente il destino che attende l'essere nel corso della sua vita individuale. Con il termine Namika, si indica l'insieme delle qualità individuali, con Gotrika, quelle appartenenti alla sua famiglia o alla stirpe.
L'istituzione delle caste, viene quindi di solito vissuta in India, senza quell'acredine e quell'indignazione ridondante il corrivo ribellismo che è tipico degli occidentali. Tutto ciò che accade nella singola esistenza è un effetto, la cui causa è da ricercarsi nelle precedenti vite. In questo senso l'esistenza è un ciclo, le cui azioni, i cui sentimenti, i cui pensieri, tramite un legame invisibile (A-drsta) si dilatano nelle vite successive, ed ogni rinascita avviene corrispondentemente alle opere compiute nelle vite anteriori. Quindi ogni singola condizione individuale ha un valore intrinseco, perché presuppone un esser-così-e-non-altrimenti, che deve comunque essere portato a compimento, per ascendere ad uno stato successivo. In altre parole, la povertà non è vissuta come una condizione penosa dall'indù, semplicemente perché in India non esiste la coscienza di classe: mentre in occidente sono solo le organizzazioni monastiche a far voto di povertà, in India è una condizione generalizzata e benevolmente accettata. Al contrario, come per gli anacoreti occidentali, la liberazione dai legami economici rende più rapido il superamento dell'ego (Aham): vivere in uno stato di totale privazione favorisce il ritorno al Sé nell'interiorità della preghiera o della meditazione.
In seguito al lavoro interiore svolto nella vita, alla capacità di affrancarsi dall'illusione sottesa al mondo fenomenico - illusione che gli indù chiamano Maya - alla possibilità di superare l'apparente dualità tra soggetto ed oggetto che rende possibile l'atto conoscitivo, anche il più umile fuori casta può progredire nella concatenazione ciclica del Samsara, ed ascendere i gradini metafisici che conducono ad essere un Brahmana, un membro della casta sacerdotale, la sola, per ortodossia, che può aspirare a raggiungere la Liberazione (Moksha o Mukhti). Si ottiene la Moksha, la Liberazione dalla nescienza e dal Samsara, mediante il riconoscimento della sostanziale identità tra il Sé (Atma) e lo Spirito Universale (Brahman).
Solo l'apparente illusorietà del mondo fenomenico (Maya) impedisce di riconoscere la sostanziale correlazione tra i due termini, che rappresentano rispettivamente il polo soggettivo della realtà (Atma) e quello oggettivo (Brahman). L'Atma non è altro che il processo d'individuazione dello Spirito Universale (Brahman) in se medesimo. Tradizionalmente l'Atma è raffigurato al centro del cuore umano. Mediante l'ascesi (e qui vale quello che abbiamo sopra detto sulla povertà e la rinuncia come conditio sine qua non per la Liberazione) si produce l'esperienza diretta dell'identità essenziale tra Atma e Brahman. Per realizzare questa condizione si deve arrivare al quarto stato molteplice dell'essere, quello della trance e della catalessi, chiamato Turiya.
Lo scopo delle Upanisad, mistica esegesi concludente la letteratura vedica, è appunto quello di cercare di affermare teoreticamente e praticamente l'identità di Brahman-Atma. Letteralmente, Upanisad significa "sessioni" (sad) "presso" (upa-ni) il maestro, e quindi dottrina esoterica. Le Upanisad contengono gli insegnamenti che assicurano l'interiorizzazione del rito (exoterico) e della simbologia vedica, attraverso la meditazione e lo yoga.
Crediamo che a questo punto sia necessario introdurre la sostanziale distinzione tra i due termini esoterico ed exoterico.
(2 - continua)
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