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ATTUALITA'

La storia, oblio e corruzione
della verità originaria


Tutte le civiltà sono fondate su un postulato che sopravvive, incorrotto, contemporaneamente ai grandi sinergismi socioculturali di tipo economico, tendenti a ridisegnare il profilo della globalizzazione mondiale. Quest'idea oscura e indeterminata squarcia la coscienza agnostica ( gnosis= conoscenza; agnosticismo = posizione filosofica che rifiuta la possibilità di arrivare a possedere una conoscenza non relativistica e limitata, in altre parole una sorta di scetticismo) dell'uomo della tecnica contemporaneo e rinvia la sua attenzione alla possibilità di un orizzonte ultimo delle cose e dei significati.
Il rifiuto della possibilità di cercare un senso dell'esistenza alternativo a quello consumistico e inautentico della nostra società, è talmente radicato nell'umanità postmoderna che qualunque tentativo di guardare "oltre" è irrimediabilmente respinto. Si vive nell'attimo e per l'attimo. Non ci si pone più le tradizionali domande sullo scopo della vita (Chi sono? Da dove vengo? Dove sono diretto? ecc). La tecnica ha divorato la storia come concatenazione temporale (passato- presente - futuro), appiattendola sul solo presente.
Esiste solo il presente.
In questo senso oggi si teorizza la fine della storia: dopo il crollo delle grandi ideologie, non possono più verificarsi immani stravolgimenti storici, tutto è uguale a tutto. L'America è come la Russia e come la Turchia. Il capitalismo ha trionfato, non esistono più alternative plausibili a questo sistema. L'unico scopo della Storia è l'autopotenziamento dell'apparato tecnico, che a questo punto diviene il vero motore del mondo: ma la tecnica è solo il risultato finale di un processo le cui cause sono molto più remote.
Il pensiero filosofico novecentesco ha lottato a lungo contro l'idea che la storia fosse governata da una razionalità divina capace di giustificare gli esiti degli avvenimenti umani e collettivi. Ciò che accade ora, anche se terribile e aberrante, ha una giustificazione nella sua capacità di assicurare un maggior grado di felicità alle generazioni future. La guerra come condizione necessaria per l'instaurazione della pace perpetua.
Questa concezione che giustifica il dolore nel perseguimento della felicità, ha i suoi principali esponenti in Leibniz ed Hegel. Il pensiero del Novecento ha rovesciato questa teoria. L'idea della storia che si sviluppa su di una linea retta, con un inizio ed una fine che assicura il riscatto finale è stata mutuata dal cristianesimo. Per i greci il tempo è un circolo eterno, dove ciò che è stato è destinato a ritornare eternamente, in un'assoluta mancanza di novità e di eventi innovativi. Nulla può accadere di nuovo, tutto si ripete. Il cristianesimo inaugura una concezione del tempo veramente rivoluzionaria, perché rende possibile la storia divina ed umana, in quanto processo dominato da un inizio ( la Rivelazione), una fase intermedia ( la prima venuta di Cristo), ed una fine ( la Parusia = la seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra).
La stessa questione vale per il giudaismo, dove però l'avvento del Messia sostituisce la Parusia, e - ovviamente - è assente la fase intermedia.
Questa concezione storicistica della storia è stata oggi del tutto abbandonata. Si arriva a postulare che il tempo è dominato dal caso e si rimane scettici di fronte ad ogni tentativo di penetrare oltre le coltri nebbie dell'attimo presente.
Eppure è veramente plausibile sostenere l'idea che la storia sia dominata dal caos, e che questa sia - come sosteneva Shakespeare - che questa sia solo un racconto fatto da un idiota ricolmo di urla e di furore? O che se ogni cosa esistente è l'effetto di una causa, venga a mancare proprio la Causa Finale, che assicura il funzionamento di tutto ciò che esiste? O ancora, detto in altre parole, chi è il Creatore?
Possiamo altresì concepire la storia come un inconcluso divenire che ha le sue origini in una causa che è fuori dallo stesso processo: Tutto ciò che accade ora, ha una sua causa che è all'inizio del tempo. Una causa che muove il processo senza essere a sua volta mossa, altrimenti, si trasformerebbe essa stessa e non potrebbe assicurare il cambiamento a ciò che si trasforma.
La causa del movimento deve altresì restare immobile per consentire il movimento: Aristotele chiamava questa causa prima, causa sui - infatti se tutto ciò che esiste ha la sua origine nella causa prima, la causa prima non può averla che in se stessa, altrimenti non sarebbe più la causa prima, ma si dovrebbe postulare l'esistenza di una causa seconda in grado di spiegare l'origine della causa prima, e la causa seconda necessiterebbe a sua volta di una causa terza, e così all'infinito. Deve quindi essere possibile postulare l'esistenza di una causa prima, che è all'origine di se stesa causa sui): Aristotele chiama questa causa prima anche Motore Immoto.
La storia sarebbe quindi una concatenazione di eventi, rinviante ad un'origine in grado di rendere intelligibile il presente. Ma che sarebbe questa Causa Prima, e come possiamo essere certi che questa non sia a sua volta soltanto un ulteriore effetto rinviante ad un'ulteriore causa?
Diviene necessario a questo punto introdurre, sia pure schematicamente, la nozione di metafisica. (2 - continua)

Antonio D'Alonzo


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