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SPIRITUALITÀ CONCRETA

Carnevale e maschere

Gioco dell'essere
e del non essere

Il Carnevale è il tempo in cui "vale", ed è protagonista la carne, prima di essere tolta (carne levare), concretamente e simbolicamente, per preparare lo spirito alla celebrazione della Pasqua.
Caratteristiche del Carnevale sono simulazione e disordine, e le sue origini risalgono al mondo greco dei Bacchanalia e dei Saturnalia. I Bacchanalia erano le feste dedicate a Dionisio, potenza celeste in quanto figlio del divino Zeus, terrenza in quanto ricomposto da Apollo con della terra, dopo il suo assassinio da parte dei Titani.
Dionisio rappresenta l'accettazione della vita nella sua totalità, è il dio dei frutti della terra com'era Saturno, il che ne fa un amico dell'uomo che a lui dedicava le feste collegate al mondo agricolo. Presiede al ciclo vitale della natura, sia negli aspetti del suo trionfo che in quelli della sua distruzione, essendo amico del tempo in senso sia umano che divino, cioè del tempo come ciclicità che è anche eternità, nel suo ripetersi sempre uguale. Le celebrazioni a lui dedicate rispecchiano questa sua natura ambivalente nel loro mischiare e con-fondere sacro e profano, attraverso l'inversione dei valori e delle identità.
Durante l'estasi dionisiaca, l'uomo usciva da sé e rompeva gli abituali schemi e ritmi di vita; una vera e propria infrazione delle regole fondamentali alla vita sociale e all'individuazione dei ruoli, allo scopo di riscoprirne e comprenderne - dopo l'ebrezza - l'importanza ed il significato per la sopravvivenza individuale e collettiva.
In un frammento di Eraclito si legge: Se non fosse Dioniso il dio a cui fanno la processione e cantano l'inno in onore delle parti di cui l'uomo ha vergogna (i genitali) quello che essi fanno sarebbe contro ogni pudore.
Questa antica tradizione si riduce oggi al semplice travestimento, al mascheramento. Ma nella storia della cultura umana la maschera ha sempre avuto ben altro significato, quello di essere interprete e mediatrice tra realtà diverse e spesso opposte (così com'era Dioniso): corpo e spirito, uomo e dio, uomo e collettività, attore e spettatore, vita e morte.
Nelle società primitive la maschera era il peculiare parametro dello stregone, sacerdote o sciamano, che sottolineava proprio il suo essere impersonificazione di una realtà sovraumana; con la maschera egli rappresentava gli spiriti, facendosi portatore della loro parola per la collettività. In ambito funerario veniva posta una maschera sul volto dei cadaveri, probabilmente per celare agli occhi dei vivi, e forse anche alle divinità, la dissoluzione della carne (unica dimensione che l'uomo può sperimentare) che la morte porta con sè, come a difendere e rendere eterna l'immagine dell'uomo così com'era in vita. Esistevano poi maschere da guerra che, dando al volto un'espressione crudele e quasi disumana, incutevano terrore al nemico.
Elemento originario della teatralità, che serviva per sottolineare ed enfatizzare l'espressione del volto, per rendere vive e totali le emozioni riprodotte, la maschera esercita un grande fascino per il mistero che tesse intorno a chi la indossa. Incuriosisce e spiazza, non tanto perchè dietro ad una maschera si nascondono sia gli eroi che esseri inquietanti e spaventosi, quanto per la sua natura ambivalente.
Falsificazione e visibilità della verità, distruzione e manifestazione dell'identità: come Dioniso, permette all'uomo di uscire da sè per essere altro da ciò che è nel quotidiano; il che significa però ritrovare e manifestare una parte di sè più profonda, nascosta, originaria; dato il significato sacrale della maschera, possiamo anche dire la parte in contatto con il divino.
Ecco la sua ambivalenza: notte e morte dell'uomo terreno, giorno e vita dell'uomo in contatto col dio. Così mettere una maschera è anche toglierla e togliere una maschera è anche indossarne una.
Nel teatro come nell'ambito del sacro e del profano, la maschera è possibilità e segno di trasfigurazione e di superamento di sè. Celando e mutando la natura univoca e codificata dell'uomo, ciò che lo rende riconoscibile, la maschera legittima l'uomo ad oltrepassare i limiti della sua finitezza e definizione del mondo, permettendogli di conquistare un altro mondo; gli permette di uccidere la propria identità per deciderne un'altra (non a caso "uccidere" e "decidere" hanno la stessa radice etimologica), o piuttosto di uccidere l'immagine che si è costruito per ritrovarsi nella sua essenza (concetto chiave, seppur in termini diversi, della letteratura moderna). Tale delitto è dunque il pegno da pagare per ritrovare il contatto con una realtà diversa, al contempo altra e originaria.
In questo senso la maschera rende possibile ciò che appare impossibile: una "sacra profanazione del sacro" (si badi bene che sacer significa tanto sacro quanto maledetto); proprio perchè chi la indossa si apre (si mostra al dio e lo fa mostrare), trascende se stesso, come fa il profeta, il quale porta la parola inaudita (parola folle all'orecchio umano proprio perchè ambivalente, quindi inafferrabile, inspiegabile).
Proprio perchè strumento concreto e simbolico di rapporto con la follia, qual è l'indistinto, in cui non esiste identità, la maschera è anche scudo a salvaguardia dell'identità umana di chi la porta, che non potrebbe reggere il peso di questo incontro diretto senza esserne ucciso; una sorta di filtro tra l'umana ragione e il divino abisso.
Rinunciare a questa distinzione significherebbe appunto rinunciare al sè, per questo solo un uomo particolare, il sacerdote, può avere "commercio" con il sacro.
In epoca moderna, la valenza protettiva e conservatrice della maschera assume un significato negativo, di trionfo dell'apparenza sulla sostanza, costruzione che permette all'uomo comune di essere riconosciuto ed accettato dalla sua comunità di appartenenza. In questi termini ne parla anche Nietzsche (che, guarda caso, morì pazzo), profeta dell'oltreuomo, inteso proprio come superamento dei propri limiti, apertura e sviluppo della propria potenza di essere e creare se stessi ed il proprio senso. Per lui maschere sono anche l'opinione e la filosofia, che cercano spiegazioni, definizioni e giustificazioni della realtà che siano umane e ragionevoli, proprio contro lo straripamento di senso delle cose.
Rigidità ed apertura di senso, la maschera - in latino peronsa - è in ultima analisi simbolo e mezzo di morte e rinascita (la rinascita dei riti misterici); a questo proposito così si conclude il citato frammento eracliteo: Il medesimo sono Ade (divinità dell'oltretomba) e Dioniso (dio della celebrazione della vita), per il quale impazzano e infuriano.
In un aforisma, Nietzsche si chiede se non è l'opposto il solo travestimento giusto in cui può incedere il pudore di un dio?, che riassume molto bene quanto detto fino qui.
Morte e rinascita, destinate a susseguirsi all'infinito, ancora una volta simbolicamente e concretamente, fin che l'identità umana ed essenza divina non torneranno amorevolmente, cioè attraverso la forza che unisce i diversi e gli opposti, Eros, ad essere uno; così com'era prima del tempo, prima della profanazione del Tutto nella distinzione e nell'identità, come si narra della creazione del mondo in tutte le religioni.

Lisa Martignon




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