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DIBATTITO: Pro o contro la New Age?
Amo a te
Gentile Stefano Mini,
anzitutto contraccambio i complimenti per la splendida analisi da lei
svolta in merito al variegato e decadente panorama socio-culturale
contemporaneo. Non posso non essere d'accordo con lei sulla incapacità per
la nostra struttura dia-logica di rapportarsi all'Altro, senza costrizioni
o prese di possesso di tipo tautologico o solipsistico. Non le sarà
senz'altro sfuggito il libro "Amo a te" di L .Irigaray. In questo testo
l'autrice propone di invertire la sequela tradizionale "io ti amo" -
mediante la quale si testimoniano i propri slanci affettivo-erotici - con
l'innovativo "amo a te", dove l'io non facogita l'altro con l'azione
punitiva del complemento oggetto, ma ne rispetta l'eterogeneità con quello
d'agente... Domanda rivolta all'autore del testo, ma anche a lei e a tutti: basta
davvero cambiare il nostro linguaggio, per cambiare i nostri atteggiamenti
sociali e affettivi?
Il rispetto della differenza è importante, se rivolto ad un progetto volto
ad operare una de-massificazione del singolo nei confronti della cultura
omologante dell'apparato tecnocratico. Ma è da aborrire il qualunquismo
postmodernista ( postmoderno= fine della modernità, termine usato nella
seconda metà del '900, per designare un progetto postfilosofico volto ad
affermare l'imprescindibilità dall'incompiutezza in ogni teoria e prassi,
la fine del pensiero teoretico forte ed autoreferenziale...), dove ogni
weltanschauung ( visione del mondo) si equivale. Ecco perchè più che continuare a propugnare un irriducibile
relativismo culturale, è essenziale ritornare a delle verità forti. Il
qualunquismo è la conditio sine qua non del totalitarismo tecnocratico. Non
tutto è equiparabile, non tutto è riconducibile ad un sistema sincronico (sincronia= stato di cose come sistema di elementi; diacronia= successione
di stati sincronici). NON E' ESATTO DIRE CHE L'UNICA VERITA' E' CHE TUTTE
LE COSE STANNO TRA LORO IN RELAZIONE. La contemplazione, ad esempio, è un
atto solipsistico ( Io/Sè; Aham/Atman). Il problema, mi sembra un altro. La questione essenziale è sapere come ci
vogliamo rapportare alla Tradizione, se la accettiamo, oppure no (...beninteso che con Tradizione qui si intende la grande Tradizione
Primordiale, non le usanze popolari). Per noi che accettiamo la Tradizione,
il sapere è la realizzazione dell'Identità Suprema, che l'iniziato può
arrivare a conoscere con la contemplazione e il perfezionamento spirituale.
Vorrei ritornare su un paio di punti in cui lei, Stefano Mini,
sostiene di non essere d'accordo con me. Lei afferma che dieci anni, i
corrivi anni Ottanta (epoca peraltro dei miei venti anni), le sembrano pochi
per un processo tanto veemente di rimozione a livello di massa. Difatti il
processo di rimozione non è iniziato in questi anni. L'oblio risale ad
epoche ben più remote. Ha presente la storia della metafisica occidentale?
Risalga oltre. Quella è già Kali-yuga (termine con il quale gli induisti
designano l'età oscura). Infine: nel punto in cui sostengo il perfetto
equilibrio tra ragione e sentimenti, lo faccio solo con un intento
autoconfutatorio, parodistico. Chi crede davvero più nel pensiero
razionale? E' necessario ritrovare vie alternative alla bancarotta della
ragione scientifica o filosofica...
La saluto ed aspetto con impazienza, sue eventuali repliche.
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