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COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

Percorsi per un consumo critico

Etichetta Etica

Che gusto c'è nell'indossare uno splendido vestito e sapere che dietro la sua lavorazione vi sono sfruttamento, salari da fame, lavoro minorile? Probabilmente nessuno, anzi, forse è vero il contrario: se ci si fermasse a considerare la provenienza, se si sapesse che dietro una vasta serie di prodotti spesso si celano sfruttamento e sofferenza, nessuno li acquisterebbe mai.
Evitare al consumatore di compiere questi "incauti acquisti" e favorire una sua scelta consapevole sono stati gli argomenti dibattuti, a Venezia, durante il convegno L'etica nell'Etichetta, che ha visto la presenza di un nutrito gruppo di relatori.
Tema centrale le produzioni non food e in particolare il cotone. Scelta niente affatto casuale se è vero, come ha messo in rilievo Patrick Hohmann, direttore di un'azienda svizzera fornitrice di filato biologico, che il cotone viene coltivato in 70 paesi, coprendo una superficie pari a 80 milioni di ettari. Una porzione di terra equivalente al 5% di quella utilizzata per l'agricoltura, e al 50% delle coltivazioni no-food. Annualmente vengono prodotti 19 milioni di tonnellate di cotone, pari a 23 miliardi di dollari. Notevole anche la spesa per i pesticidi, da 2 a 3 miliardi di dollari ovvero il 52% dei pesticidi diffusi oggi nell'ambiente, sono utilizzati su coltivazioni di cotone.
Alla lavorazione del cotone poi si legano le problematiche relative allo sfruttamento del lavoro minorile e non solo. Infatti, quando si parla di etica, si pensa esclusivamente ai bambini, costretti a lavorare loro malgrado con orari snervanti e in condizioni assolutamente improponibili. Ma questa è una realtà comune anche agli adulti ai quali in molte parti del mondo è vietato addirittura riunirsi in sindacato, come ha denunciato Neil Kearney, segretario della Fitthe, federazione tessili, abbigliamento e cuoio. Per questo motivo la Coop, dopo aver posto sui propri scaffali i prodotti del Commercio Equo e Solidale ha scelto di introdurre nella propria catena distributiva la certificazione etica o, meglio, di responsabilità sociale SA 8000. Una certificazione volontaria dell'azienda tesa a dare ai consumatori e al mercato la dimostrazione del rispetto dei principi etici e sociali contenuti nella Norma.
Ciò che caratterizza positivamente questa regolamentazione rispetto ai marchi etici finora introdotti sul mercato è la verifica perché, come ha tenuto a sottolineare Valentini di SGS, è svolta da un organismo indipendente e accreditato dal Cepaa (Council of Economic Priorities Accreditation Agency).
Alcuni relatori, pur riconoscendo questa certificazione come un buon primo passo, soprattutto in vista dell'approvazione della legge nazionale sui marchi etici, l'hanno però valutata ancora insufficiente. Lato negativo è che la SA 8000 non si occupa di stabilire alcuni parametri giudicati fondamentali per il Commercio Equo e Solidale, come la determinazione del prezzo giusto delle merci, la determinazione degli investimenti sociali e di sviluppo (ad es. la costruzione di scuole per i ragazzi lavoratori, lo sviluppo delle economie locali, e così via), l'equità degli scambi. Soprattutto ci si trova davanti alla difficoltà reale di poter conseguire un controllo soddisfacente visti i diversi passaggi di filiera, specialmente per marchi dati in concessione (come ad esempio Reebook o Nike).
La cosa che invece è risultata abbastanza chiara, sottolineata da più relatori (Valentini di SGS, Pastore di TransFair e Beschi di Filtea - CGIL) è che le norme che regolamentano le clausole sociali sono presenti in tutti i paesi, ma troppo spesso sono completamente ignorate. E lo sono non solo nei PVS (paesi in via di sviluppo), ma anche nella parte "sviluppata" (almeno economicamente) del mondo, come ad esempio in Italia.
Ed ecco perché, già da dieci anni, Federtessile ha sottoscritto una Magna Carta con la quale chiede ai propri associati di mantenere un codice di comportamento etico che tuteli i diritti elementari del lavoratore, dia a tutti gli operatori del tessile la possibilità di potersi porre sul mercato alla pari, ed eviti che chi non rispetta la legge possa fare concorrenza sleale.
Ma naturalmente il problema è più complesso e nasconde diverse sfaccettature.
Esiste il problema della disequità degli scambi tra nord e sud, esiste la necessità di porre un prezzo giusto al valore delle merci esportate dai PVS (materie prime e manufatti), e soprattutto esiste, secondo i rappresentanti delle Botteghe del Mondo, di CTM e di TransFair, la necessità di sviluppare gli investimenti in loco che permettano un reale incremento di queste economie e consentano la creazione di un mercato interno solido, duraturo.
Per Federtessile e Cgil è necessario far sì che coloro che producono i manufatti nei PVS, siano pagati in maniera sufficiente da potersi permettere di acquistare ciò che producono. E non è cosa da poco se pensiamo, come ha denunciato Pastore di TransFair che in Pakistan, ad esempio, il salario è inferiore al 30-40% del minimo vitale.
Infine Somoza dell'Icei, portando il caso Benetton in Patagonia, ha ribadito che è naturale che le aziende preferiscano spostare le lavorazioni dove i costi di produzione sono minori, ma è altrettanto necessario che le aziende si pongano con una logica radicalmente diversa rispetto al paese che li ospita.
Tra i relatori che, per il proprio campo di competenza, rappresentavano le diverse aree di spicco della filiera, c'era un anello mancante: i consumatori. Ma forse le organizzazioni dei consumatori oggi non si sono ancora accorte del problema o, in Italia, non sono considerate rappresentative e le sedie per i relatori erano contate.

Il convegno L'etica nell'etichetta è stato promosso nell'ambito della campagna di informazione "Prodotti del Sud Consumi del Nord - percorsi per un consumo critico" (per informazioni: Cospe, Viale Vicini 16, 40122 Bologna, tel. 051-6491636 - fax. 051-6491122, e-mail).

Elga Pagar