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DOSSIER

Dove ci siamo persi

Tutta colpa della storia

Perché siamo così lontani dal nostro talento, dalla nostra natura? Tutto è cominciato con l'epoca industriale. Prima la manualità era patrimonio di tutti: fuori dagli schemi produttivi che contraddistinguono il nostro secolo, era più facile sviluppare le proprie doti naturali. L'inconscio prendeva in qualche modo il sopravvento - precisa Raffaele Morelli -. Mai come in questo tempo l'uomo deve lavorare così tanto e così in fretta, mai la sua mente è stata tanto occupata dai pensieri e mai le persone sono state così massificate, omologate, attraverso gli standard della pubblicità e dei mass media. Anche i nostri hobby non sono che una fuga dalla nostra vera essenza: ci occupano la mente e non ci liberano. Il contesto storico non aiuta a trovare la felicità, che passa per forza attraverso il nostro talento, unico ed irripetibile.
La via che illumina pare di tenebra, la via che avanza pare che arretri: questa frase di Lao Tse è ancora più vera per l'uomo dell'Occidente, figlio della secolarizzazione e cioè dell'allontanamento dalla religione, da un rapporto calato nel quotidiano con la trascendenza - spiega Paolo Appolito, docente di Antropologia culturale all'Università di Salerno -. Questo ha portato a "divinizzare" l'Io, la persona, e quindi il talento viene ricondotto alle qualità, alle capacità dell'individuo. Tutto quello che è al di fuori della razionalità viene rifiutato.
Quei popoli, quelle società che non hanno chiuso il rapporto con il trascendente, che hanno forte il concetto di "cosmo totale", vivono invece il talento quale espressione armonica, istintiva, come uno dei colori che compongono la tavolozza cromatica delle reti sociale e spirituale.