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YOGA

Una tecnica che è uno stile di vita

Contro il rumore della mente


Quale yoga pratichi? mi domandano spesso quando dico che pratico yoga da diverso tempo. Lo yoga è uno solo rispondo di solito, ma poi, di fronte alle espressioni di perplessità che incontro, sono costretto a scendere in maggiori dettagli, dato che effettivamente la molteplicità dei nomi che vengono dati alle diverse ramificazioni dello yoga tende a confondere le idee.
In realtà, il nocciolo dello yoga è espresso mirabilmente e con sorprendente sinteticità da Patanjali in soli quattro versi nel suo "Yoga sutra" (Aforismi sullo yoga), testo base dello yoga risalente a 2000 anni fa circa. I versi a cui mi riferisco, e che aprono la breve opera, recitano così:

Qui comincia il discorso sullo yoga
Lo yoga è il silenzio dell'attività mentale
Così il conoscitore si stabilisce nella sua propria natura
Altrimenti si identifica in altri stati

Tutte le altre considerazioni intorno allo yoga in fondo non sono altro che commenti, spiegazioni, precisazioni, sviluppi o ampliamenti di questo fondamentale concetto.
Quando Patanjali scrisse gli Yoga Sutra lo yoga esisteva già da alcuni millenni, come testimoniano alcuni reperti archeologici della valle dell'Indo risalenti al 3000 circa AC, e come risulta dalla letteratura vedica, in cui il termine yoga veniva utilizzato nel senso di "controllo della mente e dei sensi". Dunque egli non inventò nulla, ma ebbe l'indubbio e grande merito di sistematizzare per primo questa disciplina, e di costruire un modello avente una validità pratica pur nell'ambito di una completa fedeltà alla tradizione vedica.
Cosa significa oggi, nell'anno 2000, cercare il silenzio dell'attività mentale? Fondamentalmente nulla di diverso da ciò che significava 5000 o 2000 anni fa, perché l'uomo, da certi punti di vista non è affatto cambiato: in questo senso il programma didattico di Patanjali può dirsi immutabilmente valido. E' tuttavia necessario riconoscere un fatto di estrema importanza: per l'uomo di oggi - e in special modo per l'uomo occidentale - le cose si sono fatte un po' più complicate a causa del progressivo allontanamento dalla natura e pertanto della conseguente dissociazione rispetto all'armonia dei ritmi biologici che da sempre hanno scandito e che tuttora scandiscono - per quanto ignorati - il tempo della vita umana.
Una mente che vive a contatto con la natura non è solitamente una mente rumorosa, perché il rumore nasce quando l'uomo, privo dell'intimo contatto con la propria e originale sorgente di energia, crea in sostituzione dei modelli di vita artificiali, inventando bisogni fittizi e ampliando a dismisura gli spazi controllati dal proprio ego. Di qui nascono il disagio interiore e le emozioni negative, e la ragnatela di pensieri che, nello sforzo di mascherarle e di giustificarle, genera una mente piena di rumore, che ha perso il contatto con l'essenza e la bellezza del proprio mondo interiore e, conseguentemente, anche con l'essenza e la bellezza del mondo circostante.
Possiamo dire, dunque, che tanto più siamo lontani dalla natura - e per natura si intende qui qualunque manifestazione del mondo fenomenico, sia interna sia esterna all'individuo - quanto più ci sarà difficile procedere nella direzione del silenzio dell'attività mentale. Si badi bene però che il silenzio a cui accenna Patanjali non intende suggerire di non usare la mente, ma piuttosto di non farsi usare dalla mente, il che cambia la prospettiva a 180° gradi.
Se devo pianificare il lavoro di una settimana in ufficio, comincerò a ragionare sugli impegni precedentemente presi consultando l'agenda, poi disegnerò un piccolo schema su un foglio di carta, utilizzerò la mia memoria per altre cose che non ho appuntato, farò qualche telefonata, eccetera. Se sono perfettamente concentrato su ciò, sto prevalentemente usando l'emisfero sinistro del cervello (razionale) e se procedo in modo fluente e consapevole posso affermare che la mia mente è in silenzio. Anche se sto dipingendo un quadro e seguo con attenzione la mia ispirazione e il mio intuito distribuendo qua e là pennellate di colore (e qui uso prevalentemente l'emisfero destro del mio cervello - quello creativo) tutto fluisce in modo armonico e cosciente: e anche in questo caso posso affermare che la mia mente è in stato di silenzio.
Ma se, invece, mentre sto pianificando il lavoro per la settimana, comincio a pensare che ho troppo da fare, e intanto l'agenda mi cade di mano, e poi penso che è colpa del mio capo, e poi comincio a odiare il mio capo e dico a me stesso che non lo sopporto, e lascio a metà lo schema che stavo disegnando perché sono stato distratto dall'ingresso di un collega, poi il collega mi propone di andare a prendere un caffè, e comincio a pensare che in casa è finito il caffè, ma è mercoledì pomeriggio e il supermercato è chiuso ecc. ecc, la mia mente è piena di rumore e, come dice Patanjali nel quarto verso dei Sutra, mi identifico in altri stati, diversi dal silenzio: non sono io a guidare il mio cavallo, ma è il mio cavallo a guidare me. Questo è il senso etimologico della parola yoga, che deriva dalla radice sanscrita yuj (giogo, aggiogamento): se il cavallo-mente mi trascina dove vuole ho perso la possibilità di scegliere quale direzione prendere, a meno di aggiogarlo e riprenderne il controllo.
Dunque la presenza a ciò che accade qui e ora, in questo momento, sia dentro che fuori di me, è la pietra angolare dello yoga, il punto di riferimento basilare non soltanto per qualunque pratica yoga, ma anche e soprattutto per la vita quotidiana, poiché, come dicono alcuni maestri, lo yoga non è soltanto fare esercizi due o tre volte la settimana, ma è una pratica che dura 24 ore al giorno.
Perciò, per praticare yoga non è obbligatorio andare a meditare in un monastero o in un ashram, oppure vestirsi in un certo modo: non è un cambiamento dello stile di vita, ma è piuttosto una completa trasformazione del nostro consueto modo di guardare alla vita. Potete avere un atteggiamento yoghico anche guidando nel traffico di una metropoli, o assistendo ad un incontro sportivo, oppure cavalcando in una sconfinata prateria. Ciò detto, poco importa se si opta per il Raja Yoga, l'Hatha Yoga, il Bhakti Yoga o il Kundalini Yoga. Tutti questi diversi tipi di yoga (e ne ho citati soltanto alcuni fra i tanti) hanno sempre, pur utilizzando metodi diversi, lo stesso obiettivo: il silenzio dell'attività mentale.
Cosa si trovi lungo il percorso che conduce a questo silenzio, e oltre esso, ciascun praticante dovrà scoprirlo da solo, e così soltanto ogni conquista avrà il suo giusto valore: buon cammino, dunque, a chi sceglierà di camminare.

Enrico Petrella




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